Focus

Approfondimenti sui temi dell'ecologia integrale

Formia: la montagna frana

La parola agli esperti del territorio

Alessandro Scarpellino | sabato 1 ottobre 2022

Il 29 settembre una severa perturbazione ha investito la città di Formia, in particolare la zona collinare di Santa Maria La Noce. Con l’aiuto di esperti del territorio cerchiamo di capire meglio quanto successo, consapevoli del fatto che il cambiamento climatico non è più solo un film con i migliori effetti speciali ma è qualcosa che stiamo vivendo tutti, giorno dopo giorno, sulla nostra pelle. Il nostro pianeta ci sta urlando che non c’è più tempo, che c’è bisogno di cambiare rotta. Un mondo sostenibile è possibile, ma il cambiamento deve partire da ognuno di noi. 

Contributo del dott. Alessio Valente

Professore di Geologia presso l’Università degli Studi del Sannio di Benevento

Quello che abbiamo visto accadere con sgomento a Formia deve farci riflettere profondamente! La colata di detriti scesa giù dai versanti dei rilievi a ridosso dell’area orientale di Formia è una delle conseguenze degli incendi accaduti quest’estate a monte degli stessi luoghi. Finora ogni tentativo per impedirli sono risultati vani e così oggi ne paghiamo indirettamente i danni. Gli incendi accaduti, infatti, hanno eliminato la protezione della vegetazione su quei versanti, che si sono quindi trovati esposti all’intensità della pioggia. La vegetazione normalmente tende a stabilizzare il detrito non consolidato che ricopre i versanti, ma anche trattiene quei blocchi di più grandi dimensioni ancora solidali alla roccia integra. L’acqua della pioggia venuta giù in gran quantità sul versante, si arricchisce di questo detrito libero di scorrere lungo i versanti, specie se con discreta pendenza. Nello scorrere quindi aumenta progressivamente la capacità erosiva, al punto da sradicare alberi anche di alto fusto, o abbattere e trascinare a valle manufatti come muri di contenimento o interi edifici. Fortunatamente questi al momento, come si vede da alcune immagini, hanno retto, ma certamente al prossimo evento non rimarranno in piedi. Costruire al lato di fossi, sia pure senza acqua, sarebbe vietato, perché aumentano anch’essi l’energia della colata che si muove: eppure ciò continua ad accadere in modo impunito. Probabilmente, un tempo si aveva un maggior rispetto dei processi che avvengono in natura, e la cura del territorio era decisamente più attenta. Non si può nascondere che i cambiamenti climatici in atto hanno acuito questi processi, ma allo stesso tempo non si è fatto nulla per poter sopportare eventi del genere. Proponiamoci di aumentare la nostra consapevolezza di vivere in un mondo fragile, dal quale poter ancora trarre il nostro benessere, ma questo dipende da noi se riusciremo a vivere comunitariamente in modo responsabile.

 

Contributo del dott. Dino Zonfrillo

Presidente del Circolo Legambiente Sud Pontino

Non vi è dubbio che i danni provocati dall'alluvione a Formia, come lo scorso anno  a Itri, che per fortuna non ha fatto vittime, sia stata provocata non soltanto dagli eventi eccezionali ma anche dalla mano dell'uomo. Le modificazioni fisiche provocate dagli incendi costituiscono le premesse per l'incremento del rischio per l'ambiente antropizzato ubicato a valle delle zone percorse dal fuoco, anche dopo lo spegnimento degli incendi. Infatti per tutta l'estate in versante dei Monti Aurunci che guarda verso in Golfo di Gaeta alle spalle di Formia è stato aggredito più volte da furiosi incendi. Legambiente ha denunciato la grave situazione di pericolo del nostro ecosistema boschivo e dei rischi che ne sarebbero derivati anche mettendo in atto campagne di sensibilizzazione e concrete azioni di prevenzione.   

Il comportamento dei versanti cambia drasticamente quando la copertura vegetale viene devastata dagli incendi che, oltre a una serie di modificazioni fisico-chimiche del suolo, determinano la formazione di uno strato di cenere finissima che rende momentaneamente impermeabile la superficie del suolo in occasione di violente piogge; ciò ha provocato, in concomitanza con eventi piovosi intensi, tipici di questo periodo di transizione climatica, lo scorrimento superficiale delle acque piovane e l'innesco di fenomeni erosivi che modificano le condizioni di stabilità.

Nel caso di Formia alla situazione destabilizzante degli incendi si è aggiunto la rovinosa manomissione del territorio dovuta a una antropizzazione incontrollata che negli anni scorsi ha interessato l'intera area. Proprio nei punti in cui l'acqua ha mostrato la massina violenza abbandonando il normale percorso e riversandosi sulle strade e piazzali sono presenti anche opere di tombinamento e riduzione dell'alveo che hanno accentuato il fenomeno. 

Questi eventi si potranno registrare sempre più frequentemente nel periodo di settembre a novembre dei prossimo anni su tutto il versante che va da itri fino a Spigno Saturnia dove le fiamme aggrediscono con particolate violenza il patrimonio boschivo.

Chiediamo ancora una volta alle autorità di intervenire specialmente lungo i versanti incombenti su aree ad alto rischio idrogeologico per predisporre un valido piano antincendio e delimitare subito su carte topografiche di dettaglio le aree percorse dal fuoco al fine di individuare le aree urbanizzate, a valle, che potrebbero essere interessate rovinosamente da eventuali colate detritiche. E' indispensabile più che mai pianificare la riforestazione delle aree percorse dal fuoco e corretta amministrazione delle aree boschive ancora risparmiate."

A cosa servono le barriere acchiappa rifiuti? Quanto sono efficaci?

Angelo Leccese | giovedì 11 agosto 2022

Le microplastiche incidono sul già fragile equilibrio del ecosistema marino. Le plastiche, per l’appunto, compongono oltre l’80% del litter presente in mare in dimensioni varie che vanno dalle nano particelle fino a mega plastiche. Abbiamo ancora sotto gli occhi l’enorme isola di plastica che da anni fluttua nell’oceano atlantico formata da una parte di quelle 10 milioni di tonnellate circa che ogni anno finisce in mare. I rifiuti marini, plastiche comprese ma non solo, provengono per l’80% circa dalla terraferma e raggiungono il mare prevalentemente attraverso i corsi d’acqua e gli scarichi urbano, mentre per il 20% derivano da attività di pesca e navigazione.  Ridurre l’inquinamento marino derivante dai fiumi è una delle missioni presenti anche all’interno della Legge Salvamare. Per farlo, le Autorità di bacino distrettuali dovranno introdurre, nei propri atti di pianificazione, misure sperimentali nei corsi d’acqua dirette alla cattura dei rifiuti galleggianti. Le barriere acchiapparifiuti sono parte di questa sperimentazione e a quanto pare assolvono al loro compito efficacemente.

 

Conosciute anche con il loro nome inglese Blue Barriers, sono state progettate per massimizzare la raccolta dei rifiuti fluviali. Intercettano sia i rifiuti e le plastiche superficiali sia quelli che vengono trasportati sotto il pelo dell’acqua. Sono barriere mobili di circa 36 metri di lunghezza, galleggianti e ancorate alle sponde del fiume e possono presentarsi sotto forma di sponde come quella appena inaugurata sul Garigliano, oppure in veste di moduli sistemati uno di fianco creando una barriera rigida di contenimento particolarmente versatile e funzionale, in grado di aprirsi automaticamente in modo rapido e semplice, ad esempio in casi di piena eccezionale o di emergenza che richiedono l’eliminazione di qualsiasi ostruzione al flusso dell’acqua. 

Quest’ultima struttura, realizzata sempre dalla Regione Lazio sull’Aniene, ci è utile per analizzare i dati sull’efficacia raccolti nella prima fase di sperimentazione del progetto della durata di 3 anni (Ottobre 2019 – Maggio 2022). Sono circa 9 i milioni di tonnellate di rifiuti raccolti così suddivisi: il 15 % costituiti da oggetti vari in plastica, il 27 % da materiale organico, il 7% da oggetti di varia natura e il restante 26 % da stracci, corde, oggetti in vetro, alluminio e acciaio. E ancora il 14% da bottiglie in PET, quasi il 2% da contenitori in polistirolo, poco più del 3 % da flaconi, poco più del 5 % da film e il restante da altri contenitori in plastica. A questi poi si aggiungono 1,5 tonnellate di taniche di ferro, pneumatici, frigoriferi, bombole GPL, scaldabagni, caschi, materassi, tavoli da ping pong, lavatrici.

Se è vero che il mare inizia dalla terraferma, le barriere di intercettazione dei rifiuti sono una porta d’accesso sicura che abbiamo a disposizione a difesa dell’ambiente e della salute umana.

Siccità, fenomeno grave e tangibile

Alessandro Scarpellino | venerdì 17 giugno 2022

Ogni anno il 17 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione e alla siccità. La siccità può essere considerata come uno dei disastri naturali più distruttivi in termini di perdita di vite; si presenta in fenomeni come la perdita di raccolti globali, gli incendi boschivi e lo stress idrico. Esacerbata dal degrado del suolo e dai cambiamenti climatici, la siccità sta crescendo in frequenza e severità, con un aumento del 29% dal 2000 e 55 milioni di persone interessate ogni anno. Secondo le stime presentate nell’ultimo rapporto “Drought in Number’s” dell’Unccd, entro il 2050 la siccità potrebbe colpire tre quarti della popolazione mondiale. È un problema globale e urgente.

Anche nel nostro paese la siccità è un fenomeno grave e tangibile. Basti pensare alle immagini che passano su tutti i telegiornali dei maggiori fiumi italiani in secca con conseguenze disastrose per le attività produttive quali la pesca, l’agricoltura ma anche per i bisogni primari dell’uomo: è notizia di questi giorni di un razionamento dell’acqua in molti comuni italiani per la mancanza di acqua di laghi e fiumi. Stesse immagini che si ripetono in tutte le zone europee e del mondo. 

Secondo Ibrahim Thiaw, Segretario Esecutivo della UNCCD “i recenti fenomeni di siccità denotano un futuro precario per il mondo. La carenza di cibo e acqua, così come gli incendi boschivi causati da una severa siccità, si sono tutti intensificati negli ultimi anni”.

Tutto ciò è prova tangibile di quanto il nostro Pianeta stia soffrendo e di quanto sia necessaria un’inversione di tendenza improntata sulla sostenibilità, non solo a parole ma a fatti concreti. Ognuno infatti con il suo piccolo contributo può fare la differenza. Vi proponiamo questo video di qualche anno fa della Regione Toscana sull’uso responsabile della risorsa acqua, per noi la maniera più bella di celebrare questa giornata. 

It’s up to you, tocca a te!

Carta dei criteri del commercio equo e solidale

Maria Giovanna Ruggieri | giovedì 16 giugno 2022

1 - Definizione del Commercio Equo e Solidale
Il Commercio Equo e Solidale e' un approccio alternativo al commercio convenzionale; esso promuove giustizia sociale ed economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e per l'ambiente, attraverso il commercio, la crescita della consapevolezza dei consumatori, l'educazione, l'informazione e l'azione politica.
Il Commercio Equo e Solidale e' una relazione paritaria fra tutti i soggetti coinvolti nella catena di commercializzazione: produttori, lavoratori, Botteghe del Mondo, importatori e consumatori.

2 - Obiettivi del Commercio Equo e Solidale
1. Migliorare le condizioni di vita dei produttori aumentandone l'accesso al mercato, rafforzando le organizzazioni di produttori, pagando un prezzo migliore ed assicurando continuità nelle relazioni commerciali.
2. Promuovere opportunità di sviluppo per produttori svantaggiati, specialmente gruppi di donne e popolazioni indigene e proteggere i bambini dallo sfruttamento nel processo produttivo.
3. Divulgare informazioni sui meccanismi economici di sfruttamento, tramite la vendita di prodotti, favorendo e stimolando nei consumatori la crescita di un atteggiamento alternativo al modello economico dominante e la ricerca di nuovi modelli di sviluppo.
4.Organizzare rapporti commerciali e di lavoro senza fini di lucro e nel rispetto della dignità umana, aumentando la consapevolezza dei consumatori sugli effetti negativi che il commercio internazionale ha sui produttori, in maniera tale che possano esercitare il proprio potere di acquisto in maniera positiva.
5. Proteggere i diritti umani promuovendo giustizia sociale, sostenibilità ambientale, sicurezza economica.
6. Favorire la creazione di opportunità di lavoro a condizioni giuste tanto nei Paesi economicamente svantaggiati come in quelli economicamente sviluppati.
7. Favorisce l'incontro fra consumatori critici e produttori dei Paesi economicamente meno sviluppati 8. Sostiene l'autosviluppo economico e sociale.
9. Stimolare le istituzioni nazionali ed internazionali a compiere scelte economiche e commerciali a difesa dei piccoli produttori, della stabilità economica e della tutela ambientale, effettuando campagne di informazione e pressione affinche' cambino le regole e la pratica del commercio internazionale convenzionale.
10. Promuove un uso equo e sostenibile delle risorse ambientali.

3 - Criteri adottati da tutte le organizzazioni di Commercio Equo e Solidale
Le organizzazioni di Commercio Equo e Solidale (Botteghe del Mondo, Importatori, Produttori, Esportatori) si impegnano a condividere ed attuare, nel proprio statuto o nella mission, nel materiale informativo prodotto e nelle azioni, la definizione e gli obiettivi del Commercio Equo e Solidale. In particolare si impegnano a:
1. Garantire condizioni di lavoro che rispettino i diritti dei lavoratori sanciti dalle convenzioni OIL.
2. Non ricorrere al lavoro infantile e a non sfruttare il lavoro minorile, agendo nel rispetto della Convenzione Internazionale sui diritti dell'Infanzia.
3. Pagare un prezzo equo che garantisca a tutte le organizzazioni (di produzione, di esportazione, di importazione e di distribuzione) un giusto guadagno; il prezzo equo per il produttore e' il prezzo concordato con il produttore stesso sulla base del costo delle materie prime, del costo del lavoro locale, della retribuzione dignitosa e regolare per ogni singolo produttore.
4. Garantire ai lavoratori una giusta retribuzione per il lavoro svolto assicurando pari opportunità lavorative e salariali senza distinzioni di sesso, età, condizione sociale, religione, convinzioni politiche.
5. Rispettare l'ambiente e promuovere uno sviluppo sostenibile in tutte le fasi di produzione e commercializzazione, privilegiando e promuovendo produzioni biologiche, l'uso di materiali riciclabili, e processi produttivi e distributivi a basso impatto ambientale.
6. Adottare strutture organizzative democratiche e trasparenti in tutti gli aspetti dell'attività ed in cui sia garantita una partecipazione collettiva al processo decisionale.
7. Coinvolgere produttori di base, volontari e lavoratori nelle decisioni che li riguardano.
8. Reinvestire gli utili nell'attività produttiva e/o a beneficio sociale dei lavoratori (p.e. fondi sociali).
9. Garantire ai consumatori un prezzo trasparente, che fornisca almeno le seguenti informazioni: prezzo FOB pagato al fornitore, costo di gestione, importazione e trasporto, margine per le Botteghe. Tali informazioni possono essere indicate in percentuale od in valore assoluto, per singolo prodotto o per categoria di prodotti, o per paese di provenienza, o per gruppo di produttori.
10. Garantire un flusso di informazioni multidirezionale che consenta di conoscere le modalità di lavoro, le strategie politiche e commerciali ed il contesto socio-economico di ogni organizzazione.
11. Promuovere azioni informative, educative e politiche sul commercio equo e solidale, sui rapporti fra i Paesi svantaggiati da un punto di vista economico e i Paesi economicamente sviluppati e sulle tematiche collegate
12. Garantire rapporti commerciali diretti e continuativi, evitando forme di intermediazione speculativa, escludendo costrizioni e/o imposizioni reciproche e consentendo una migliore conoscenza reciproca.
13. Privilegiare progetti che promuovono il miglioramento della condizione delle categorie piu' deboli.
14. Valorizzare e privilegiare i prodotti artigianali espressioni delle basi culturali, sociali e religiose locali perche' portatori di informazioni e base per uno scambio culturale.
15. Cooperare, riconoscendosi reciprocamente, ad azioni comuni e a favorire momenti di scambio e di condivisione, privilegiando le finalità comuni rispetto agli interessi particolari. Per evitare azioni che indeboliscano il Commercio Equo si impegnano, inoltre, in caso di controversie, a fare un percorso di confronto e di dialogo, eventualmente con l'aiuto di un facilitatore.
16. Garantire relazioni commerciali libere e trasparenti, promuovendo processi di sviluppo e coordinandosi nello spirito dell'art. 3.15.
17. Garantire trasparenza nella gestione economica con particolare attenzione alle retribuzioni

4 - Botteghe del Mondo
Le Botteghe del Mondo sono organizzazioni di distribuzione al dettaglio dei prodotti del commercio equo che condividono gli obiettivi del Commercio Equo e Solidale e rispettano i criteri elencati nel Capitolo 3 di questa Carta. Le Botteghe del Mondo devono:
1. Commercializzare prevalentemente i prodotti del Commercio Equo e Solidale, importati sia direttamente che attraverso le Centrali di Importazione.
2. Scegliere i fornitori esterni al circuito del commercio equo e solidale fra quelli organizzati in strutture no-profit, con finalità sociali e con gestione trasparente e democratica e che abbiano prodotti eco-compatibili e culturali. Non intraprendere relazioni commerciali con aziende che, con certezza, violino i diritti umani e dei lavoratori.
3. Promuovere iniziative di economia solidale al meglio delle proprie possibilità 4. Fornire ai consumatori tutto il materiale informativo disponibile, comprese le schede del prezzo trasparente.
5. Sostenere le campagne di sensibilizzazione e pressione, condotte a livello nazionale ed internazionale, volte a realizzare gli obiettivi del Commercio Equo e Solidale.
6. Mantenersi costantemente informate sui prodotti che vengono venduti, verificando che vengano rispettati i criteri del Commercio Equo e Solidale.
7. Essere senza fini di lucro.
8. Inserire, appena possibile, personale stipendiato all'interno della struttura, garantendo un'adeguata formazione.
9. Valorizzare e formare i volontari e garantire loro la partecipazione ai processi decisionali Le Botteghe del Mondo, inoltre, cercano, al meglio delle proprie possibilità, di:
10. Avviare e mantenere contatti diretti con esperienze marginali di autosviluppo, sia in loco che nei Paesi economicamente svantaggiati al fine di stabilire una sorta di gemellaggio equosolidale. Il mantenimento dei contatti passa attraverso lo scambio epistolare, la commercializzazione degli eventuali prodotti, l'organizzazione di viaggi di scambio, la diffusione dell'informazione ai frequentatori della Bottega ed alle altre Botteghe, ed ogni altro mezzo idoneo per permettere la conoscenza di luoghi, persone, modalità di vita e di produzione che possano associarsi ai concetti con cui si definisce il Commercio Equo e Solidale.

5 - Importatori
Gli Importatori sono organizzazioni che hanno quale attività prevalente nello scopo sociale, e quale attività prevalente effettiva, l'acquisto di prodotti del Commercio Equo e Solidale da organismi di produzione e di esportazione, e li rivendono prioritariamente alle Botteghe del Mondo. Il ricorso a fornitori esterni al circuito del Commercio Equo deve essere funzionale agli scopi sociali, e agli obiettivi del Commercio Equo stesso. Gli Importatori condividono gli obiettivi del Commercio Equo e Solidale e rispettano i criteri elencati nel Capitolo 3 di questa Carta.
Essi devono:
1. Offrire ai produttori, se da essi richiesto, il pre-finanziamento della merce, e favorire altre forme di credito equo o microcredito, qualora non esistano in loco possibilità di accesso a crediti.
2. Promuovere, anche attraverso la collaborazione reciproca, rapporti di continuità, per mantenere un clima di autentico scambio, per favorire una maggiore stabilità per gli sbocchi di mercato dei produttori, e per permettere un effettivo miglioramento delle condizioni di vita sul breve/medio/lungo periodo.
3. Fornire supporto alle organizzazioni di produzione ed esportazione: formazione, consulenze, ricerche di mercato, sviluppo di prodotti, feedback sui prodotti e sul mercato.
4. Assicurarsi che i principi del commercio equo e solidale siano conosciuti e condivisi dai produttori e lavorare con questi per applicarli.
5. Fornire assistenza alle Botteghe del Mondo informandole sui prodotti e sui produttori attraverso schede informative che contengano il prezzo trasparente dei prodotti ed essere disponibili a fornire, su richiesta, la documentazione di supporto. 6. Rendere disponibile ai soggetti del Commercio equo, impegnandosi alla trasparenza, l'accesso alle informazioni riguardanti la propria attività (commerciali e culturali) e alle proprie competenze tecniche non disponibili nelle Botteghe del Mondo.
7. Dare possibilità alle Botteghe del Mondo di fare viaggi di conoscenza presso i produttori (e viceversa), rispettando i criteri del Turismo responsabile espressi nel documento "Turismo responsabile: Carta d'identità per viaggi sostenibli".

6 - Produttori ed Esportatori

6.1 - I Produttori
I Produttori sono organizzazioni di produzione e commercializzazione di artigianato ed alimentari che condividono gli obiettivi del Commercio Equo e Solidale e rispettano i criteri elencati nel Capitolo 3 di questa Carta.
I Produttori devono:
1. Perseguire logiche di autosviluppo e di autonomia delle popolazioni locali.
2. Evitare una dipendenza economica verso l'esportazione, a scapito della produzione per il mercato locale.
3. Evitare di esportare prodotti alimentari e materie prime scarseggianti o di manufatti con queste ottenuti.
4. Favorire l'uso di materie prime locali.
5. Garantire la qualità del prodotto Qualora i produttori non siano in grado di esportare direttamente possono servirsi di organizzazioni di esportazione.

6.2 - Esportatori
Gli Esportatori sono organizzazioni che acquistano dai produttori come specificati all'art.6.1 e vendono principalmente ad importatori come definiti in questi criteri; essi condividono gli obiettivi del Commercio Equo e Solidale e rispettano i criteri elencati nel Capitolo 3 di questa Carta.
Gli esportatori devono:
1. Assicurarsi che i principi del Commercio Equo e Solidale siano conosciuti dai produttori e lavorare con questi per applicarli .
2. Fornire supporto alle organizzazioni di produzione: formazione, consulenza, ricerche di mercato, sviluppo dei prodotti, feedback sui prodotti e sul mercato .
3. Dare ai produttori, se da questi richiesto, il pre-finanziamento della merce o altre forme di credito equo o microcredito 
4. Fornire informazioni sui prodotti e sui produttori e sui prezzi pagati ai produttori

5. Garantire rapporti di continuità con i produttori


7 - Prodotti trasformati
I prodotti trasformati sono tutti quei prodotti non riconducibili ad un'unica materia prima: biscotti, cioccolata, dolciumi, ecc.
1. I prodotto trasformati possono essere definiti in etichetta "prodotti di commercio equo e solidale" solo se almeno il 50% del costo franco trasformatore delle materie prime o il 50% del peso delle materie prime e' di commercio equo e solidale.
2. L'elaborazione dei prodotti trasformati, laddove ne esistano le condizioni, dovrebbe avvenire nei Paesi d'origine.
3. La trasformazione deve essere effettuata da soggetti dell'economia solidale o comunque da cooperative o imprese che non siano in contrasto con i principi del commercio equo e solidale..
4. I prodotti trasformati devono riportare in etichetta la dicitura: "Totale ingredienti del Commercio Equo"..
5. Nei prodotti trasformati, la scelta degli altri ingredienti rispetto a quelli del Commercio Equo deve ispirarsi ai criteri esposti all'art.3.5 di questa Carta.

L'Italia raggiunge l'Overshoot Day

Alessandro Scarpellino | domenica 15 maggio 2022 

Domenica 15 maggio 2022 per l'Italia è l'Overshoot Day, un traguardo di cui non andare per nulla fieri. Infatti oggi il nostro Paese ha terminato le risorse naturali per tutto il 2022 iniziando a consumare quelle dell'anno prossimo. Il giorno viene calcolato dal Global Footprint Network ed è frutto di un semplice calcolo matematico pari al rapporto tra la biocapacità della nazione (ossia l'ammontare di tutte le risorse che l'Italia è in grado di generare annualmente), e l'impronta ecologica della nazione (ossia la richiesta totale di risorse per l'intero anno). Il dato risulta essere in linea con gli anni precedenti: nel 2021 cadeva il 13 maggio, nel 2020 il 14 maggio, nel 2019 ancora il 15 maggio.

L'Overshoot Day non rappresenta un mero calcolo matematico ma ha un valore intrinseco altamente simbolico. Ci da la percezione immediata che stiamo letteralmente rubando il futuro a chi verrà dopo di noi. Non stiamo cioè rispettando il principio di equità intergenerazionale che garantisce il soddisfacimento dei bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri. Per rendere il problema più concreto basti pensare che se tutti gli abitanti del pianeta vivessero come noi italiani servirebbero 2,7 Terre per arrivare alla fine dell'anno. Quell'1,7 Terre in più le stiamo rubando a chi verrà dopo di noi, che si troverà meno risorse per vedere soddisfatti i suoi bisogni. 

Inoltre l'Overshoot Day non cade in tutti i Paesi lo stesso giorno: c'è chi "sta messo peggio" di noi come il Lussemburgo che ha raggiunto questo traguardo il 14 febbraio ma anche chi "sta messo meglio" (di questo daremo conto alla fine dell'anno con un ampio report sugli Overshoot Day dei diversi paesi del mondo). Le conseguenze però le pagano tutti, alla stessa maniera, anche chi pone in essere comportamenti più virtuosi. Spesso mi capita di trattare la tematica dell'Overshoot Day e sul contributo dei diversi paesi del mondo con i ragazzi delle scuole e mostro sempre un'immagine per me altamente significativa: il mappamondo deformato. Le nazioni più "cicciotte" sono quelle che hanno un'impronta ecologica più elevata e quindi quelle che raggiungeranno prima Overshoot day. Quelle più "magre" quelle che invece hanno un'impronta ecologica più bassa. Questa immagine ci dice chiaramente che stiamo violando un altro principio che è quello di equità intragenerazionale: non solo non stiamo assicurando un futuro a chi verrà dopo di noi, stiamo anche compromettendo il presente e stiamo facendo pagare i nostri effetti per il voler vivere al di sopra delle nostre possibilità anche a chi conduce uno stile di vita che potremo definire sobrio. 

 

 

 

C'è quindi bisogno di un'inversione di tendenza che parte dal cambiamento di ognuno di noi. Ricordiamo infatti che l'impronta ecologica di una nazione, così come quella dell'intero pianeta, è frutto della sommatoria dell'impronta ecologica di ognuno di noi. Il comportamento sano di ciascuno di noi può fare davvero la differenza. 

In allegato il Manifesto dei giovanissimi di Azione Cattolica per l'ambiente: una serie di piccole e semplici azioni quotidiane che ci possono aiutare a ridurre la nostra impronta ecologica.

 

It's up to you, tocca a te! 

Se vogliamo costruire la pace, cambiamo l'energia

Leonardo Becchetti| domenica 27 febbraio 2022 | Avvenire

«Le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi per gli interessi di persone che si conoscono ma che non si uccidono». Un detto attribuito a Pablo Neruda che fa riflettere, e che è da riaggiornare in giorni come questi. La guerra mette a rischio la vita di milioni di persone che non hanno potere, a causa della decisione di uno (o di pochissimi) con enorme potere che la vita non rischia. Un tema che emerge dal fallimento diplomatico di questi giorni è allora quello di ridurre la capacità di ricatto di potenti come Vladimir Putin, pronti a fare la guerra per raggiungere i propri obiettivi.

La Russia, che Putin governa con pugno di ferro, ci fornisce più del 40% del nostro fabbisogno di gas. Ebbene, paradossalmente, mentre pensiamo di applicare nuove sanzioni alla Russia per l’aggressione in corso, proprio la guerra aumenta il prezzo del gas, rendendo i bilanci russi più prosperi e le nostre bollette più care: soldi che pagano i carri armati che invadono l’Ucraina. La lezione che stiamo imparando è, dunque, duplice. Da una parte dobbiamo diversificare le fonti di approvvigionamento di una fonte fossile di cui ancora non possiamo fare a meno e che anche la Ue ha inserito nella transizione verde. Di gas abbiamo e avremo ancora bisogno in molti settori (industria, trasporti pesanti) e per colmare, fino a un adeguato sviluppo tecnologico, i 'buchi' d’intensità di produzione di energia da fonti rinnovabili. Dall’altra dobbiamo procedere con ancora più speditezza nella campagna di progressiva emancipazione dalle fonti fossili (più inquinanti e climalteranti) che è strategica per raggiungere l’obiettivo di azzerare le emissioni nette di anidride carbonica entro il 2050 e di ridurle del 55% entro il 2030.

Il vantaggio della crescita progressiva delle rinnovabili è, a sua volta, duplice. Da una parte la lotta all’emergenza climatica e, aggiungiamo, la riduzione dell’inquinamento dell’aria (seconda causa di morte nel mondo). Dall’altra le considerazioni strategiche emerse ora in tutta la loro drammaticità: un’Europa che dipende meno dal gas russo è un’Europa più libera. Vento e sole non ci arrivano via gasdotto per gentile concessione di Putin (che tra l’altro negli ultimi mesi ha deciso di ridurre di quattro quinti le forniture in Europa contribuendo all’impennata del prezzo del gas per soddisfare la domanda dei 'più amici' cinesi aumentata significativamente negli ultimi tempi). Il 'combustibile' delle rinnovabili è gratuito e il suo prezzo non è deciso da qualcuno (Opec per il petrolio, Russia tra gli altri per il gas) che può manipolarlo strategicamente per i propri interessi.

Cittadini e imprese, in questi stessi giorni, denunciano i costi dell’energia, che rischiano di risultare insostenibili per molti (e infatti il governo continua a intervenire per mitigarli). Ma sempre in questi giorni prosegue, in varie parti d’Italia, un cammino di progresso sociale e civile. Ci sono centinaia di Comuni più o meno grandi che stanno lavorando per far nascere comunità energetiche e diventare 'prosumer' di energia da fonti rinnovabili.

Con le possibilità fornite oggi dalla costituzione di 'comunità energetiche' è possibile percepire un premio per l’autoconsumo dell’energia prodotta e vendere le eccedenze al gestore della rete, riducendo la dipendenza del nostro Paese da fonti di energia costose e usate in modo ingiusto e persino odioso.

I giornali registrano il rischio che la guerra russa e la conseguente 'crisi del gas' ci inducano a riaprire alcune centrali a carbone. Ebbene, è notizia di qualche giorno fa che la maggiore azienda produttrice di carbone in Australia ha anticipato di otto anni la transizione (lì obbligatoria per legge) verso la produzione di nuove fonti di energia per motivi di convenienza di mercato. Insomma: il mercato va veloce e ha già scelto e ci dice, oggi, che il fotovoltaico ha i costi di produzione di energia (inclusi quelli di costruzione e installazione degli impianti) più bassi tra tutte le diverse fonti. È la politica che rischia invece di andare troppo lentamente. La tragedia del popolo ucraino ci consegna la consapevolezza che c’è un ulteriore, serissimo motivo per proseguire con celerità la transizione verde.

"È necessario migliorare la prevenzione degli incendi boschivi"

Paola Marcoccia | mercoledì 20 aprile 2022 | Circolo Intercomunale Legambiente "Luigi Di Biasio"

Gli incendi boschivi si abbattono puntualmente ogni estate, con intensità e danni sempre maggiori, anche nel nostro territorio. Secondo i dati del rapporto Ecomafia 2021 di Legambiente, la Regione Lazio nel 2020 è risultata la quinta in Italia per numero di incendi su superficie boscata e non, mentre la Provincia di Latina è al settimo posto nella classifica provinciale nazionale. È necessario insistere sulla necessità di migliorare la prevenzione degli incendi boschivi. L’aggiornamento tempestivo annuale del catasto incendi e la sua applicazione, come previsto dalla L. 353/2000, devono essere una priorità per impedire tutto ciò che è vietato svolgere e/o realizzare sulle aree percorse da incendi. 

La prevenzione degli incendi passa anche attraverso il ruolo attivo di chi vive la montagna. I “contratti di responsabilità”, già sperimentati nel Parco dell’Aspromonte e in altre aree protette, possono essere uno strumento per coinvolgere i volontari, i proprietari di fondi, gli agricoltori, i pastori, i cacciatori e la comunità intera nel governo di territori particolarmente esposti. Essi si attuano attraverso il riconoscimento di una premialità, inversamente proporzionale al risultato conseguito: meno incendi uguale premio maggiore. 

Altra modalità di prevenzione gestionale del territorio è la tecnica del fuoco prescritto, ovvero l’utilizzo preventivo e controllato del fuoco ad opera di personale specializzato in aree definite da piani di gestione pastorale e di concerto con i consorzi pastorali. Il concetto del fuoco prescritto è stato inserito anche nel piano Anti Incendio Boschivo 2021-2025 del Parco Naturale dei Monti Aurunci.

Il pascolo prescritto è un ulteriore strumento di prevenzione, utile per la riduzione del carico di potenziale combustibile (rappresentato dalla vegetazione) e quindi di selvicoltura preventiva. Tutte le specie pascolanti (bovini, ovini e caprini) possono infatti essere utilmente impiegate, con il sostegno dei comuni, al pascolo in zone assegnate, con recinto mobile, contribuendo a tenere puliti i terreni e quindi ad abbassare il rischio incendi. In tale ottica, è fondamentale il contrasto al pascolo abusivo anche su aree percorse dagli incendi boschivi. 

Infine, il contrasto alla caccia di frodo è una delle vie per migliorare la lotta agli incendi e questo avviene tramite una continua verifica sulle licenze e l’adozione di meccanismi di rotazione annuale nell’assegnazione delle zone fisse di caccia al cinghiale.

Le proposte e gli strumenti per fermare gli ecoreati rappresentati dagli incendi quindi esistono ma occorre metterli in pratica e coinvolgere nella loro attuazione l’intera comunità. Per tale ragione, abbiamo chiesto ai comuni del territorio a cui il nostro circolo fa riferimento (Fondi, Monte San Biagio, Sperlonga, Lenola, Campodimele e Itri) di attivarsi in queste settimane per convocare una riunione che organizzi al meglio le attività di prevenzione riducendo il più possibile la gestione emergenziale. 

I nuovi migranti

Alessandro Scarpellino | domenica 5 giugno 2022 

Negli ultimi seimila anni la specie umana ha vissuto in zone della Terra caratterizzate da un intervallo di temperature medie comprese tra gli 11 e i 15 gradi. Tali temperature sono essenziali per le attività primarie che garantiscono la sopravvivenza dell’uomo quali agricoltura, allevamento...

Numerosi studi scientifici sono concordi con la tesi secondo la quale nei prossimi anni gli effetti dei cambiamenti climatici ridisegneranno la geografia del nostro pianeta: ci saranno delle vere e proprie migrazioni di massa, che si verificheranno comunque e nonostante le barriere psicologiche, sociali e politiche, poiché non esiste adattamento più naturale a un clima sfavorevole se non quello di migrare. 

Nel dettaglio un terzo della popolazione si ritroverà a vivere in ambienti con una temperatura media attorno ai 29 gradi (quella che oggi si registra nello 0,8 per cento della superficie terrestre). Entro il 2070, le zone estremamente calde come il Sahara e che ora ricoprono meno dell’1 per cento della superficie terrestre potrebbero estendersi a quasi un quinto del territorio del pianeta.  L’innalzamento della temperatura avrà come diretta conseguenza l’aridità di ampie fasce di territorio con l’aumento drastico delle siccità estreme. Le frequenze e le intensità delle piogge cambieranno, con alcune zone che saranno più interessate di oggi (quelle monsoniche) e altre che lo saranno meno (quelle alle medie latitudini). Secondo le previsioni tutto questo, unito alla mutata composizione del suolo, causerà alluvioni devastanti.

Lo scioglimento dei ghiacci, inoltre, sta innalzando il livello delle acque del pianeta, che aumenterà, secondo le stime, tra gli 8 e i 13 centimetri entro il 2030, tra i 17 e i 20 centimetri entro il 2050, e tra i 35 e gli 82 entro il 2100, a seconda dei modelli matematici usati per le previsioni. Questo avrà conseguenze potenzialmente enormi per le persone che vivono vicino ai delta dei fiumi e in generale nelle zone costiere, soprattutto sulle isole più piccole. L’innalzamento del livello dei mari poi comporta una sempre maggiore salinizzazione del suolo, fenomeno che ha gravi conseguenze sull’agricoltura e che è naturalmente contrastato dalle piogge. Con i cambiamenti nelle precipitazioni e le siccità, però, questo ciclo è messo a rischio.

Le migrazioni dovute ai cambiamenti climatici sono già in atto da ormai qualche anno, anche se hanno avuto poco spazio nel dibattito pubblico, strette – o a volte sovrapposte – ad altre migrazioni. La Dichiarazione di New York su rifugiati e migranti, adottata il 19 settembre 2016 durante la 71° sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha formalmente riconosciuto l’impatto dei cambiamenti climatici e ambientali quali fattori significativi nelle migrazioni forzate o volontarie. Secondo la Banca Mondiale, entro il 2050, fino a 143 milioni di persone che attualmente vivono nei paesi dell’Africa subsahariana, dell’Asia meridionale e dell’America Latina, potrebbero infatti essere costrette a muoversi all’interno dei propri paesi, fuggendo dalle aree meno vitali con minore disponibilità idrica e produttività delle colture o da zone che saranno colpite dall’innalzamento del livello del mare e dalle mareggiate. In particolare 86 milioni sono quelle che saranno costrette a muoversi nell’Africa subsahariana, 40 milioni in Asia meridionale e 17 milioni in America Latina. 

La migrazione umana è un fenomeno difficile da prevedere, ma è possibile individuare un trend esaminando anche il contenuto del “Groundswell. Preparing for internal climate migration” della Banca Mondiale: in tutto il mondo, quando il cibo scarseggia, le persone si spostano verso le città che, di conseguenza, crescono molto rapidamente. Il flusso migratorio interno provocherà dunque una sorta di shock: svuoterà le aree rurali, incrementerà la pressione su quelle urbane che diventeranno sovraffollate, povere di infrastrutture, con poca acqua o elettricità.  E in questi contesti, in una specie di circolo vizioso, le persone saranno più vulnerabili alle inondazioni o ad altri disastri ambientali. Gli impatti sistemici saranno gravissimi: aumenteranno la disoccupazione e la criminalità, si accentueranno le disuguaglianze, provocando possibili e profonde crisi politiche.

Le regioni potenzialmente più colpite dai cambiamenti climatici saranno e sono tra le più povere al mondo, nonostante nella stragrande maggioranza dei casi siano tra quelle che contribuiscono meno alle emissioni pro capite di gas serra, il principale contributo umano al cambiamento climatico. Tutto quel che accadrà come conseguenza delle migrazione climatiche costituirà dunque un fattore di pressione su un territorio e su un ambiente umano già vulnerabili. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha dichiarato che il 96 per cento della futura crescita urbana avverrà in alcune delle città più fragili del mondo, che hanno già alti livelli di conflitto e governi che sono poco in grado di affrontarli. In questo momento poco più della metà della popolazione del pianeta vive nelle aree urbane, ma entro la metà del secolo, secondo la Banca Mondiale, nelle città vivrà il 67 per cento della popolazione e alcune città non riusciranno a sostenere l’afflusso. Il fenomeno esaminato tuttavia non è solamente qualcosa da osservare solamente con una prospettiva futura. Grazie ad uno studio condotto da Open Migration (basato dati scientifici provenienti da IDMC e Banca Mondiale) è possibile studiare i suoi effetti nell’attuale presente. 

Tra i paesi più colpiti ci sono sicuramente quelli del Sud-Est asiatico con Filippine e Bangaldesh che hanno visto, solo nel 2017, quasi 3.5 milioni di persone abbandonare le proprie case e rifugiarsi in altre aree del paese (o fuggire all’estero) a causa dei disastri ambientali causati dai cambiamenti climatici. In questi stessi due paesi, sempre secondo i dati IDMC, altre 651 mila persone (645 mila nelle Filippine e 6 mila in Bangladesh) hanno abbandonato le loro città o villaggi a causa invece di conflitti e violenze. Rimanendo in quella regione, anche l’India ha visto interessati da migrazioni interne oltre 1.3 milioni di cittadini per ragioni ambientali (78 mila per violenze o conflitti). Se si guarda invece all’Africa, emblematico può essere considerato il dato della Somalia, paese che fa venire in mente una lunga e sanguinosa scia di violenze in corso ormai da decenni. Queste violenze, nel 2017, hanno provocato poco “meno” di 400mila migrazioni. Nello stesso anno i disastri ambientali hanno costretto quasi 900 mila somali a spostarsi.

Nonostante l’evidenza scientifica di questo triste fenomeno, ad oggi i migranti ambientali non sono considerati rifugiati a livello giuridico. Tale mancanza di riconoscimento deriva senza dubbio da una posizione opportunistica da parte dei paesi ricchi: gli effetti della migrazione climatica graverebbero infatti quasi totalmente sulle zone a sud del mondo, che sono quelle più povere.  Tuttavia, a febbraio 2021 c’è stata una sentenza senza precedenti da parte Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite: “le persone che fuggono da un pericolo immediato a causa della crisi climatica non possono essere rimandate nei loro Paesi d’origine”. 

 

La pronuncia c’è stata dopo la vicenda di Ioane Teitiota,  un abitante dell’isola di Kiribasi che aveva chiesto asilo alla Nuova Zelanda perché la sua abitazione era minacciata dall’innalzamento del livello del mare. Nel 2015, la domanda di asilo di Ioane Teitiota in Nuova Zelanda fu respinta e fu deportato insieme alla sua famiglia nel suo paese di origine. Ioane fece ricorso alle Nazioni Unite che emisero la sentenza su citata. 

Il Comitato, nella sentenza ha affermato che:

 

  • le persone che chiedono lo status di asilo non sono tenute a dimostrare che subirebbero un danno imminente se rimpatriate nei loro paesi. Il Comitato ha argomentato che i danni indotti dai cambiamenti climatici possono verificarsi sia attraverso eventi improvvisi (come tempeste intense e inondazioni), sia processi a insorgenza lenta (come l'innalzamento del livello del mare, la salinizzazione e il degrado del suolo). Sia gli eventi improvvisi che i processi a insorgenza lenta possono spingere le persone ad attraversare i confini per cercare protezione dai danni legati ai cambiamenti climatici.

 

 Questa sentenza stabilisce nuovi standard che potrebbero facilitare il successo delle future richieste di asilo legate al cambiamento climatico.

Costituzione italiana e «Laudato si’»

Antonio Maria Mira | giovedì 10 febbraio 2022 | Avvenire

L’inserimento in Costituzione della tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, non solo è una bella notizia, attesa da decenni, anticipata da letture lucide della Carta e ora solennemente decisa dal Parlamento, ma è anche un importante e concreto impegno per il futuro. Per quelle «future generazioni» che esplicitamente, e splendidamente, sono citate nella modifica dell’articolo 9. Perché non si tratta solo del diritto dell’ambiente, ma del diritto all’ambiente. Che è molto di più. La conferma è nell’altra importante modifica, quella dell’articolo 41, nel quale ora si prevede che l’iniziativa economica privata «non può svolgersi in modo da recare danno alla salute, all’ambiente».

Le due modifiche sono, dunque, un passaggio cruciale: il completamento di un lungo cammino partito col riconoscimento in Costituzione della tutela del paesaggio, bene più culturale che ambientale. Non a caso il primo Ministero a occuparsene fu quello per i Beni Culturali e Ambientali istituito nel 1974. Ambiente come parte del paesaggio al pari delle opere dell’umanità, ma ancora non compreso nella sua specificità, nei suoi rapporti diretti con gli esseri umani. Ambiente come bellezza: giusto, ma non sufficiente. Solo nel 1984 nasce il ministero per l’Ecologia, oltretutto senza portafoglio. E si deve arrivare al 1986 per avere un vero ministero dell’Ambiente.

Una competenza per anni residuale, separata. Dove la tutela della natura era vista in modo statico: conservazione ecologica e non 'conversione' ecologica. Anche se qualcuno già ne parlava in modo esplicito. «Per conversione ecologica intendo la svolta oggi quanto mai necessaria e urgente che occorre per prevenire il suicidio dell’umanità e per assicurare l’ulteriore abitabilità del nostro pianeta e la convivenza tra i suoi essere viventi».

Lo scriveva nel 1989 Alex Langer, uno dei più lucidi e profetici esponenti del movimento verde in Italia, uomo di sinistra e di profonda fede, morto per sua tragica scelta nel 1995. Una riflessione che è ritornata, in modo potente, 26 anni dopo con l’enciclica Laudato si’. «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?», è la forte domanda di papa Francesco. Parole che sembrano raccolte nella modifica costituzionale che collega la tutela dell’ambiente alle «future generazioni». Una tutela che conferma lo strettissimo rapporto tra ambiente e uomo, non separati ma «sulla stessa barca», come ha detto il Papa nella drammaticamente vuota piazza San Pietro il 27 marzo 2020, nel pieno della pandemia di Covid.

L’ecologia integrale per Francesco «è un invito a una visione integrale della vita, a partire dalla convinzione che tutto nel mondo è connesso e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra». Tutelare l’ambiente, la biodiversità, gli ecosistemi, ci riguarda. Riguarda tutti. Non è tema da salotti di intellettuali che se lo possono permettere, come, purtroppo, si diceva non tanti anni fa.

È tutela del Creato, il dono che Dio Padre ci ha consegnato e del quale siamo custodi. Per troppo tempo ce ne siamo dimenticati, fino a quando il Creato stesso ci ha fatto capire, duramente, cosa stavamo facendo, sbagliando pesantemente. Perché anche noi siamo il Creato, anche noi siamo l’ambiente, e tutelarlo vuol dire, come ha ricordato più volte papa Francesco, difendere la nostra vita, la nostra stessa esistenza. E, in particolare, la vita dei più deboli.

Perché, ripete sempre il pontefice, il grido della Terra è il grido dei poveri.

Dunque il nuovo principio inserito in Costituzione è a tutti gli effetti un diritto sociale. Per questo è stato modificato anche l’articolo 41 che parla di utilità sociale, sicurezza, libertà e dignità umana. Tutela dell’ambiente, sono sempre parole di papa Francesco, è tutela della 'casa comune': casa nostra, animali, piante, aria, acqua, rocce, persone. I nuovi articoli dell aCostituzione della nostra Repubblica sono un impegno a viverla insieme, con attenzione, con rispetto, con amore, secondo buon diritto.

Sinodo della Creazione

Luigi Vari, Arcivescovo di Gaeta

Parte 1

Non penso che ci possa essere più nessuno che non sia preoccupato delle emergenze climatiche e delle conseguenze sociali di tali emergenze. In un libro appena presentato si riporta, ancora una volta, il pensiero di Papa Francesco che sottolinea la dimensione sociale della fede e cioè che il mio essere credente non si esaurisce in me, in un mio sentimento o pensiero, non si realizza in un mio star bene, ma necessariamente deve avere conseguenze nelle mie scelte, nei miei comportamenti, deve avere una traduzione sociale. 

Nella Bibbia fin dalle prime pagine è scritto che il male si manifesta nella creazione come interruzione di relazioni fra gli uomini e con il creato. Caino e Abele possono essere letti come archetipi di un rapporto violento o armonico con il creato. 

La prima cosa che vorrei dire è che non c'è una giustificazione biblica alla condizione attuale del pianeta. L'interpretazione corretta di Genesi, quando parla della creazione e del compito dell'uomo, è che l'uomo, immagine di Dio, deve agire nella creazione come agisce Dio, che fa passare dal caos primordiale al cosmo. Una concezione biblica dell'uomo fa pensare che l'uomo deve essere una benedizione per la terra e la terra è il luogo della benedizione. Proseguire l'opera della creazione è diverso che inquinare e bloccare la crescita. Accade che i protagonisti della benedizione possono perdere questa relazione per cui l'uomo si identifica con il suo prodotto, è superato dal suo prodotto. Ecco la chiave di lettura della vicenda di Caino e di Abele; Caino si perde nel suo prodotto e perde di vista anche suo fratello, che diventa un ostacolo. L'uomo si perde nel prodotto, favorito in questo da un uso distorto della tecnologia, che consente di avere prodotti, cibo quando e dove vogliamo noi: il prezzo sono le vite delle persone. 

Le riflessioni che si sono fatte intense in questi ultimi anni ci fanno apprezzare la vastità del tema e il sinodo dell'Amazzonia, nel suo documento preparatorio, ha reso evidente a tutti quello che è problematico. Sgombriamo subito il campo dal pensiero che ci possa essere una specie di demonizzazione delle scienze e delle tecniche che permettono la produzione e la distribuzione delle risorse alimentari in una misura mai attesa; dietro di esse ci siamo noi e le nostre scelte, i nostri occhi. 

In un evento di quest'estate mi ha molto colpito l'interpretazione di un dipinto che raffigura Sant'Antonio con gli occhiali, invenzione straordinaria; l'effetto di questi occhiali, manomessi dal demonio, era che il testo che il santo stava leggendo si trasformasse, diventando un'altra cosa. Lo sviluppo, la coltivazione, l'allevamento, il mare sono diventati un'altra cosa poiché usciti fuori dal controllo e quindi sono ordine di caos. 

Il direttore di un quotidiano commentava che il lockdown che abbiamo vissuto in occasione della pandemia potrebbe essere una prova generale per il futuro, perché se non interverranno cambiamenti, le emergenze climatiche provocheranno migrazioni di persone, precarietà di condizioni di vita, lotta per l'acqua e per le altre risorse tali da rendere difficile vivere e mantenere i diritti. 

(continua...)